Lottare per sopravvivere nei paesi «ricchi»

Pubblicato da Patrick Belser, economista all’ILO, sul Blog dell’ILO.

19 novembre 2012

Come molte persone, mi piace chiacchierare con il mio barbiere mentre mi taglia i capelli. A volte queste conversazioni possono rivelarsi piuttosto banali, ma ciò che Yvan mi ha confessato l'altro giorno mi ha dato davvero da riflettere.

Yvan lavora 43 ore a settimana, ma riesce con difficoltà ad arrivare a fine mese. Per intenderci, lavora come barbiere in un salone in Svizzera, un paese non comunemente associato alla benché minima forma di povertà.

Ma anche nei paesi più ricchi, ci sono persone che fanno fatica a tirare avanti con lo stipendio che prendono.

Yvan guadagna 3400 franchi svizzeri (2800 €) lordi al mese. Tre quarti dei suoi incassi vanno al suo datore di lavoro.

Vive da solo, con un piccolo cane e, una volta pagato l'affitto e le altre tasse, gli restano circa 1000 franchi svizzeri (830 €). È poco più di 30 franchi svizzeri (25 €) al giorno, che non ti portano molto lontano a Ginevra, una delle città più care al mondo.

Ha chiesto un aumento, solo per sentirsi dire che c'è tantissima gente a cui piacerebbe avere il suo lavoro, in particolare i cittadini della vicina Francia – a soli 15 minuti di pullman – dove il costo della vita è decisamente più basso.

Quello di Yvan potrebbe sembrare un caso raro, ma non lo è.

In Svizzera, il 7,7% dei lavoratori è “a rischio povertà”; nell'Unione Europea la percentuale è pari all'8%. E negli Stati Uniti la crisi ha aumentato la percentuale di “lavoratori poveri” dal 6% circa nel 2007 ad oltre il 7% nel 2011. Complessivamente, nella parte ricca del mondo, ci sono circa trenta milioni di lavoratori che fanno fatica a sbarcare il lunario.

Cosa si può fare?

Un modo per impedire che i salari bassi si traducano in povertà è attraverso la sicurezza sociale e altri meccanismi che supportino i lavoratori sottopagati e stimolino le persone come Yvan a continuare a lavorare piuttosto che chiedere sussidi pubblici.

Questi sussidi possono assumere la forma di crediti d'imposta o misure di sostegno al reddito che si attivano esclusivamente se le persone lavorano: inizialmente i sussidi crescono con l'aumentare delle ore di lavoro, in seguito diminuiscono progressivamente con l'incremento dei salari. Francia, Regno Unito e Stati Uniti sono tra i paesi che prevedono programmi di questo tipo.

Ma questo tipo di sussidi è un carico molto pesante per lo stato e per i contribuenti. Peraltro, c'è il rischio che le aziende guardino a queste misure come ad una forma di sussidio all’occupazione che gli consente di scaricare sul pubblico la responsabilità di pagare salari minimi dignitosi ai lavoratori.

Discutevo la questione con un collega che mi ha detto “Perché dovrei pagare il taglio di capelli di tasca mia e in più lo stipendio del barbiere con le mie tasse?”. Non ha tutti i torti. I sussidi all’occupazione dovrebbero essere interpretati come complementari e non sostitutivi dei salari minimi che le aziende dovrebbero pagare.

I salari minimi dignitosi possono essere fissati per legge ad un livello che tenga conto dei bisogni dei lavoratori così come dei fattori economici, inclusa la necessità di mantenere un elevato livello di occupazione.

Sarebbe certo meglio ricorrere alla contrattazione collettiva ma, purtroppo, il numero di lavoratori coperti da un contratto collettivo è in via di diminuzione. Non gliel'ho chiesto, ma sono quasi sicuro che Yvan non sia uno di questi.