Blog dell’ILO

Lavoro: il gorilla nel salotto di Davos

Per il Direttore Generale dell’ILO, dopo il Forum Economico Mondiale di Davos, i leader mondiali devono ora riguardare a tutti coloro che sono stati assenti dal vertice: quelli che sono in cerca di lavoro o combattono con stipendi bassi, le imprese che hanno bisogno di un ambito favorevole...

27 gennaio 2014

Nei giorni scorsi, ho avuto l’opportunità di parlare con alcuni dei leader presenti a Davos per l’annuale Forum Economico Mondiale.

Alcuni hanno espresso ottimismo sulla ripresa economica globale, benché in maniera cauta, ma molti altri erano estremamente preoccupati per le crescenti disuguaglianze, per la disoccupazione in aumento e per le sconfortanti prospettive per i giovani.

A ben vedere ce ne sono di motivi per preoccuparsi. Quando parliamo di uscita dalla crisi, non dimentichiamoci quelli ancora esclusi dalla ripresa, teniamo a mente che per oltre 200 milioni di persone la crisi sarà veramente finita quando avranno un impiego.

È vero, abbiamo iniziato a vedere profitti in molti settori, e questa è ovviamente una buona notizia per il settore privato e dovrebbe esserlo anche per l’economia. Ma in molti casi, questi profitti vanno a finire nei mercati finanziari anziché essere investiti nell’economia reale e nella creazione di posti di lavoro dignitoso.

In poche parole, la prospettiva rimane veramente cupa per le persone in cerca di un lavoro: la disoccupazione è in aumento, in particolare tra i giovani, non vengono creati posti di lavoro sufficienti per rispondere alla domanda di una popolazione mondiale in crescita, mentre i miglioramenti sul fronte povertà da lavoro rallentano.

Quando lasceranno la Svizzera, i leader che hanno partecipato al Forum devono concentrarsi su quelli che a Davos non c’erano, le persone in cerca di un lavoro, i lavoratori che rivendicano salari dignitosi e i datori di lavoro che chiedono un contesto che risponda ai loro bisogni, come l’accesso al credito.

Benché per molti AD con cui ho parlato a Davos la crisi sia ormai alle nostre spalle, molti di loro pensano che resti ancora una importante battaglia da combattere: la disoccupazione giovanile. Hanno proposto le loro aziende per contribuire al contrasto alla disoccupazione giovanile, e questo è molto incoraggiante.

Il prezzo da pagare per l’inerzia sarebbe molto più alto. Milioni di persone si aggiungeranno alle fila dei disoccupati, e questo potrà solo far crescere la frustrazione e la rabbia. Se a questo aggiungiamo il fatto che i salari stagnano e le disuguaglianze crescono, ci troviamo di fronte ad una situazione potenzialmente esplosiva.

A dire il vero questa non è una novità. Sono anni che l’ILO denuncia che l’aumento della disoccupazione e delle disparità di reddito minacciano di ribaltare i vantaggi ottenuti dalla globalizzazione. E per il terzo anno di fila, l’indagine presentata al Forum Economico Mondiale colloca la disparità di reddito come primo fattore di rischio per l’economia globale.

I governi devono fare di più per accelerare la creazione di posti di lavoro, per sostenere le imprese che creano occupazione e per porre fine a questa incertezza che frena gli imprenditori dall’investire in nuovi posti di lavoro. Allo stesso tempo, dobbiamo rivedere la questione salariale, e questo può avvenire attraverso l’introduzione di un minimo salariale e la contrattazione collettiva.

Ciò implica anche che le aziende dirigano parte dei loro profitti verso investimenti produttivi anziché verso il riacquisto dei propri debiti.

Quando ero qui lo scorso anno, si è parlato molto della necessità di consolidare la ripresa economica. Sembra che su questo fronte ci siano stati progressi. Ma sulla battaglia contro la disoccupazione e la disuguaglianza, siamo ancora parecchio in ritardo.

La questione del lavoro è come un gorilla nel salotto di Davos. Non si può ignorare, e per quanto siamo tentati di aggirarlo in punta di piedi, l’unica possibilità è attaccarlo frontalmente. In caso contrario, non potrà semplicemente scomparire.