Il lavoro informale nei paesi in via di sviluppo riduce i benefici derivanti dal commercio internazionale

Uno studio congiunto dell’ILO e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) rileva che l’elevata incidenza del lavoro informale nei paesi in via di sviluppo riduce la loro capacità di trarre benefici dall’apertura del commercio, creando trappole di povertà per i lavoratori in transizione lavorativa.

Comunicato stampa | 12 ottobre 2009

Ginevra (Notizie ILO/OMC) – Uno studio congiunto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) rileva che l’elevata incidenza del lavoro informale nei paesi in via di sviluppo riduce la loro capacità di trarre benefici dall’apertura del commercio, creando trappole di povertà per i lavoratori in transizione lavorativa.

Lo studio, frutto di un programma di ricerca alla cui realizzazione hanno contribuito l’Istituto Internazionale di Studi Sociali dell’ILO e il segretariato dell’OMC, si concentra sulle relazioni esistenti tra globalizzazione e occupazione informale. Dallo studio emerge che l’occupazione informale è molto diffusa nei paesi in via di sviluppo dove migliaia di lavoratori vivono con un reddito molto basso e non godono di misure adeguate in termini di sicurezza sul lavoro e di protezione sociale. I livelli di informalità variano considerevolmente da paese a paese, ad esempio in alcuni paesi latino-americani la percentuale di lavoratori impiegati nell’economia sommersa è del 30%, mentre in alcuni paesi dell’Africa sub-Sahariana e dell’Asia meridionale questa percentuale sale fino all’80%.

Il Direttore Generale dell’ILO, Juan Somavia, ha dichiarato: “Lo studio conferma quello che già sappiamo per esperienza, ossia quando si promuove la complementarità tra gli obiettivi del lavoro dignitoso e il commercio, tra le politiche finanziarie e quelle del mercato del lavoro, i paesi hanno più possibilità di beneficiare del libero scambio, di promuovere la dimensione sociale della globalizzazione e di affrontare la crisi attuale”. Il Direttore Generale ha aggiunto che questo fa eco alla richiesta del G20 di attuare “piani di ripresa che sostengano il lavoro dignitoso, che contribuiscano a preservare l’occupazione e diano priorità alla crescita di nuovi posti lavoro [...] e offrano reddito, protezione sociale e formazione ai disoccupati e a coloro che rischiano la disoccupazione”.

Il lavoro informale coinvolge le imprese private non registrate, non soggette alle leggi e ai regolamenti nazionali sul lavoro e non idonee a offrire protezione sociale ai lavoratori. L’economia sommersa riguarda anche i lavoratori autonomi e coloro che svolgono la propria attività all’interno della famiglia. Nella maggior parte dei casi, l’informalità è rimasta a livelli molto elevati e in alcuni paesi è addirittura aumentata, come si osserva in Asia.

Il Direttore Generale dell’OMC, Pascal Lamy, ha dichiarato: “Il commercio ha contribuito alla crescita e allo sviluppo a livello mondiale, tuttavia questo non si è tradotto in un miglioramento della qualità del lavoro. Se si vogliono creare posti di lavoro di qualità, l’apertura del commercio deve essere accompagnata da politiche nazionali adeguate. Questo è particolarmente evidente in un momento di crisi come quello attuale, che ha visto una riduzione degli scambi e ha portato migliaia di lavoratori nell’economia informale”.

L’analisi degli effetti dell’apertura del commercio sulle dimensioni dell’economia informale suggerisce che la relazione tra apertura commerciale e informalità dipende essenzialmente dalle caratteristiche specifiche dei diversi paesi e da come vengono concepite le politiche commerciali e nazionali. L’analisi empirica condotta in questo studio dimostra che le economie più aperte tendono ad avere una minore incidenza di lavoro informale. Nel breve termine gli effetti dell’apertura commerciale possono essere associati, in prima istanza, ad un aumento dell’occupazione informale. Nel lungo periodo invece si assiste ad un rafforzamento del lavoro formale, a condizione che le riforme commerciali siano più orientate all’occupazione e che vengano adottate le politiche nazionali adeguate.

La riduzione del livello di informalità può liberare nuove forze produttive, accrescere la diversificazione e rafforzare le capacità per partecipare al commercio internazionale. Gli effetti negativi dell’informalità si associano principalmente all’assenza di aumenti della produttività e alla presenza di imprese di piccole dimensioni la cui crescita nell’economia informale è fortemente ostacolata. L’imprenditorialità e l’inclinazione ad intraprendere attività che comportano rischi si riducono in presenza di elevati livelli di informalità, in parte a causa di sistemi fiscali mal progettati, di una scarsa protezione sociale e di una regolamentazione delle imprese deficitaria. L’informalità impedisce inoltre ai paesi di trarre pieno vantaggio dall’apertura del commercio creando trappole di povertà per i lavoratori in transizione lavorativa.

Maggiore è l’incidenza dell’informalità, maggiore è la vulnerabilità dei paesi in via di sviluppo agli shock negativi, come ad esempio la crisi economica mondiale. I paesi con mercati informali molto diffusi sono i più colpiti da questi shock e sperimentano tassi di crescita sostenibile meno elevati. Inoltre, l’occupazione informale, riduce l’efficacia degli stabilizzatori automatici.

L’integrazione nei mercati globali e il contrasto all’informalità attraverso politiche di lavoro dignitoso dovrebbero essere considerate come strategie complementari. Agevolare la formalizzazione delle imprese e dei posti di lavoro aiuta i paesi a trarre pieno vantaggio dall’apertura del commercio, migliora le condizioni di vita dei cittadini e consente ai lavoratori di accedere a condizioni di lavoro dignitose. Anche la protezione sociale riveste un ruolo centrale nel sostenere la transizione verso l’economia formale e nel concretizzare gli effetti benefici del libero scambio. Si dovrebbe prestare maggiore attenzione alle politiche di protezione sociale così come allo sviluppo di riforme commerciali.

Lo studio suggerisce che le riforme del commercio dovrebbero essere progettate e realizzate in modo da tale da favorire l’occupazione, facendo sì che il ricollocamento dei posti di lavoro contribuisca alla crescita dell’occupazione formale.