Perché il modello sociale europeo rimane sempre valido

In alcuni paesi, gli elementi chiave del modello sociale europeo sono stati radicalmente trasformati, se non addirittura smantellati, benché non fossero la causa della crisi o del disavanzo di bilancio. Lo afferma Daniel Vaughan-Whitehead, esperto di economia del lavoro all’ILO.

Editoriale | 28 marzo 2014
Di Daniel Vaughan-Whitehead, esperto di economia del lavoro all’ILO

GINEVRA — Il modello sociale europeo è stato messo duramente alla prova in alcuni paesi dell’UE con l’adozione di politiche di risanamento di bilancio durante la crisi finanziaria e economica.

Come insieme di politiche sociali per promuovere una crescita economica inclusiva, un alto livello di vita e condizioni di lavoro dignitose, il modello sociale europeo ha svolto un ruolo fondamentale nella costruzione delle società europee del dopoguerra.

L’importanza di queste politiche è stata chiaramente dimostrata durante la prima fase della crisi, dove elementi come la protezione sociale sono serviti a mitigare l’impatto negativo della crisi in termini di crescita, di disoccupazione e di povertà. In diversi paesi, le parti sociali, grazie al dialogo sociale, sono riuscite a stabilire sistemi di condivisione del tempo di lavoro per ridurre i licenziamenti, spesso con il supporto dei governi. Così in Germania, in Belgio, in Lussemburgo, in Austria e in diversi altri paesi.

Ma a partire dal 2010, le preoccupazioni relative al livello del debito pubblico e del disavanzo di bilancio, hanno portato diversi paesi ad adottare politiche di austerità. Finora, la spesa sociale funzionava come uno stabilizzatore automatico, e il suo aumento nel 2009 ha permesso di limitare la diminuzione del potere d’acquisto dei cittadini e della domanda aggregata; tuttavia, la situazione si è invertita nel 2011, quando la spesa sociale dei 27 paesi dell’UE è diminuita dell’1,5 per cento rispetto al 2010. In alcuni paesi, la spesa pubblica è stata tagliata a livelli inferiori a quelli pre-crisi.

Questo cambiamento nelle politiche pubbliche non è stato privo di conseguenze per il modello sociale europeo. È accertato che, aldilà delle differenze tra situazioni nazionali — mentre il modello sociale europeo si è dimostrato resiliente in alcuni paesi, si è molto indebolito in altri —, i cambiamenti osservati sono stati significativi e hanno interessato l’insieme dei principali pilastri del modello sociale europeo.

Benché questi cambiamenti abbiano suscitato la preoccupazione dei cittadini e dei lavoratori in tutta Europa, è stato ampiamente riconosciuto che il modello sociale europeo, nella sua forma attuale, non è perfetto. Sia l’ILO che la Commissione Europea hanno riconosciuto che alcuni elementi del modello sociale europeo vanno riformati di fronte a sfide come la crescente concorrenza nei mercati globali e l’invecchiamento delle società europee.

La questione è di sapere se, in alcuni paesi, le politiche di austerità in Europa abbiano provocato cambiamenti troppo rapidi oppure se, in altri casi, le riforme introdotte non si siano discostate dall’obiettivo iniziale di garantire la maggiore efficienza e la sostenibilità delle politiche sociali. In alcuni paesi, gli elementi chiave del modello sociale europeo sono stati radicalmente trasformati, se non addirittura smantellati, anche quando evidentemente non erano la causa della crisi o del disavanzo di bilancio.

I paesi sotto la diretta influenza dalla Troika hanno dovuto ridurre il costo unitario del lavoro abbassando i salari e i diritti di contrattazione collettiva. I sistemi di protezione sociale sono spesso diventati meno generosi, e alcune volte meno universali, con l’inasprimento delle condizioni di accesso ai sussidi di disoccupazione e alle prestazioni universali come gli assegni familiari, per l’alloggio e le indennità di malattia. Le riforme del mercato del lavoro si sono moltiplicate con l’intento di migliorare i tassi di occupazione, in particolare modificando le regole di assunzione e di licenziamento per aumentare la flessibilità, il che ha, com’era prevedibile, minato la sicurezza del posto di lavoro per i lavoratori dipendenti. In molti paesi, i tagli alla spesa pubblica hanno influito anche sulla qualità e la presenza dei servizi pubblici.

Una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, insieme alla riduzione della copertura e del livello della protezione sociale, possono avere conseguenze negative in termini di povertà, capitale umano e uguaglianza. Occorre notare che, in Europa, nel 2012, i lavoratori poveri hanno raggiunto il 9,1 per cento della forza lavoro. Mentre un’efficace contrattazione collettiva e dialogo sociale si sono dimostrati una grande risorsa per attenuare e superare la crisi, preoccupa il fatto che le misure adottate in diversi paesi abbiano indebolito queste istituzioni.

In alcuni paesi, andrebbe riconsiderata l’efficacia di politiche destinate ad aumentare la competitività attraverso il solo taglio del costo del lavoro. La sfida della competitività nei paesi del Sud dell’Europa è strettamente legata al ritardo tecnologico.

Queste sono solo alcune delle questioni dibattute durante una riunione a Bruxelles sul futuro del modello sociale europeo. La riunione ha rappresentato anche un’occasione per discutere del libro The European Social Model in times of Economic Crisis and Austerity Policies (Il Modello sociale europeo durante le crisi economiche e le politiche di austerità), che sarà pubblicato prossimamente.

Il modello sociale europeo è una fonte di ispirazione per diversi paesi emergenti come la Cina, il Brasile, l’Indonesia e il Marocco. È fondamentale che l’Unione Europea si pronunci con fermezza e adotti le decisioni necessarie a preservare il modello sociale che ha svolto un ruolo così centrale nella propria storia.