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Un Primo Maggio inconsueto

Messaggio di Juan Somavia, Direttore Generale dell'ILO, per il 1° maggio.

Tipo: Dichiarazione
Quando: 1 maggio 2012
Dove: Ginevra (Svizzera)

In questa giornata del Primo Maggio, decine di migliaia di persone sono scese nelle piazze di tutto il mondo. Niente di nuovo? E invece si.

I lavoratori e le lavoratrici continuano ad essere le principali vittime della crisi economica, mettendo in evidenza come le politiche macroeconomiche dei decenni passati abbiano sminuito nella società il senso e il valore del lavoro, del lavoro dignitoso.

Il modello attuale di crescita considera il lavoro come un costo di produzione che deve essere il più basso possibile per poter aumentare competitività e profitti. I lavoratori sono visti esclusivamente come clienti capaci di contrarre crediti, piuttosto che come aventi diritto a quella quota legittima, sotto forma di salario, di ricchezza che essi stessi contribuiscono a creare. Si tratta di una visione dove predomina il capitale.

Ci si dimentica che il lavoro di qualità è fonte di dignità personale, di stabilità familiare, di pace nella comunità e, non da ultimo, di credibilità per una governance democratica. Troppo spesso abbiamo perso di vista il principio essenziale: il lavoro non è una merce.

Dunque, questo è stato un Primo Maggio inconsueto. Viviamo tempi in cui interessi ben radicati spingono perché nulla cambi, in cui ci dicono che questa è una delle tante crisi che può essere risolta applicando le stesse ricette del passato. Non è così!

Questo atteggiamento è riscontrabile specialmente nelle economie avanzate e, in modo particolare, nell’Eurozona, dove politiche che cercano di risolvere il problema dei debiti pubblici molto elevati, generano deficit sociali ancora più grandi che bisognerà assolutamente affrontare.

 Nel momento in cui i tassi di disoccupazione giovanile in Spagna e Grecia si aggirano intorno al 50%, è evidente che abbiamo raggiunto il limite massimo di una recessione aggravata dalle politiche di austerità. Queste politiche ignorano completamente i valori fondanti di giustizia e solidarietà che sono alla base dei maggiori Trattati Europei, da quello di Roma a quello di Lisbona. Come pure ignorano il fatto che per pagare il debito sono necessari crescita e lavoro. Le politiche attuali inoltre sono lontane sia dalle Convenzioni dell'ILO ratificate dagli Stati che dal ruolo svolto dal dialogo sociale in tempo di crisi.

 Abbiamo bisogno di una visione “socialmente responsabile” del pareggio di bilancio. In una democrazia, è più importante coltivare la fiducia della gente nel lungo periodo — specialmente dei gruppi più vulnerabili — che non rispondere meccanicamente alle richieste di breve termine e mai soddisfatte dei mercati finanziari.

In generale, le grandi imprese ed i sistemi finanziari sono usciti dalla crisi, anche se alcuni insistono ancora sulla “fragilità” di certe banche. I governi hanno speso miliardi di dollari per salvarle. I lavoratori non hanno ricevuto lo stesso trattamento. È quindi comprensibile che le persone che scenderanno nelle piazze questo Primo Maggio abbiano la percezione che le misure prese considerino le banche troppo grandi per fallire e le persone troppo piccole per essere prese in considerazione.

Allora, cosa fare? Penso che sia necessario cambiare l’attuale modello globale di crescita. Un modello che ha creato enormi ricchezze concentrate nelle mani di pochi, un modello che ha fallito proprio nel creare quel tipo di ricchezza “inclusiva” che ci avevano promesso.

 Abbiamo bisogno di un tipo diverso di crescita, rispettosa dell'ambiente e attenta alle esigenze delle persone. Un modello di crescita il cui obiettivo principale sia quello di aumentare il benessere generale della gente e di diminuire le diseguaglianze; un modello che misuri il proprio successo dal numero di posti di lavoro di qualità creati e non dalla percentuale di crescita del PIL.

 Il sistema finanziario deve essere al servizio dell’economia reale e deve smetterla di giocare con il denaro altrui. Le banche devono ritornare al loro ruolo originale e finanziare le imprese sostenibili perché possano investire e creare occupazione. Le politiche del lavoro, le politiche sociali e ambientali devono contare tanto quanto quelle macroeconomiche. Oggi non è cosi!

Ai tempi del cosiddetto “Washington Consensus”, predominava l'idea per cui un mercato del lavoro inclusivo che crea posti di lavoro di qualità, protezione sociale e diritti dei lavoratori non avrebbe dato buoni risultati. Al contrario, i paesi che hanno investito in politiche sociali a lungo termine e nella formazione hanno conosciuto una crescita più stabile. Molti di essi sono diventati addirittura più competitivi e sono usciti dalla crisi più rapidamente di altri paesi che hanno scelto la strada dell’austerità.

 Dobbiamo incamminarci verso una globalizzazione più giusta, più verde, più sostenibile, capace di rispondere alle aspirazioni delle persone ad una vita dignitosa. Ciò significa un accesso graduale ad un lavoro ben remunerato e con diritti del lavoro garantiti. Del resto, è questo che ha consentito l'emersione delle classi medie in diversi Paesi che si trovavano a diversi stadi del loro sviluppo. E questo è anche il motivo per cui oggi le classi medie sono minacciate, perché è sempre più difficile trovare un lavoro dignitoso e una via d'uscita dalla povertà.

Questa preoccupazione tocca tutti i paesi. E nessuna nazione, nessun continente può farcela da solo. Una nuova era di giustizia sociale ha bisogno di cooperazione, dialogo e soprattutto leadership. Una leadership fondata su valori umani, primo tra questi è il rispetto per la dignità del lavoro e dei lavoratori.

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