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Verso una globalizzazione sostenibile e inclusiva - Messaggio di Juan Somavia agli incontri di primavera del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale

Il Direttore dell’ILO, Juan Somavia, chiede di “ripensare” le attuali politiche affinché la ripresa economica possa avere un impatto reale sulla vita delle persone.

Tipo: Dichiarazione
Quando: 21 aprile 2012
Dove: Washington (Stati Uniti)


Dati principali

  • Il quadro sulla disoccupazione globale per il 2012 e 2013 è pessimo.
  • 900 milioni di persone in età lavorativa non riescono a guadagnare abbastanza per uscire dalla soglia di povertà dei 2 dollari al giorno. Se fossero state mantenute le tendenze di riduzione della povertà pre-crisi, oggi questo dato avrebbe registrato 55 milioni in meno.
  • Dei circa 200 milioni di disoccupati in tutto il mondo, 75 milioni hanno tra i 15 e i 24 anni.
  • Nei due terzi dei paesi per i quali esistono dati disponibili, il reddito totale delle famiglie ad alto reddito è aumentato molto più velocemente di quello delle famiglie a basso reddito.
  • In molti paesi, imprenditori e lavoratori sono sotto pressione. Per poter rimanere competitivi, devono aumentare la produttività e ridurre i costi ma il rischio è che gli sforzi dell’economia reale vengano vanificati dalle ampie e improvvise fluttuazione dei mercati finanziari.
  • Cresce la consapevolezza sulla necessità di neutralizzare il rischio che l’instabilità relativa dei debiti sovrani di alcuni paesi si saldi con la fragilità del settore finanziario, ostacolando la ripresa degli investimenti produttivi e la creazione di lavoro dignitoso.
  • Secondo le ultime previsioni del FMI verso la fine del 2012 e nel 2013 l’economia dovrebbe crescere leggermente, ma non abbastanza da incidere sul livello di disoccupazione globale determinato dalla crisi a partire dal 2008. È giunto il momento di ripensare le politiche.
  • Cresce la frustrazione della gente che vede i governi sempre più attenti a conservare la fiducia dei mercati finanziari mentre viene trascurata la diminuzione di fiducia dei cittadini nei propri governi.
  • L’economia mondiale multipolare, tuttavia, ci dice che nessun paese o regione può fare da solo. Inoltre, i paesi sono stati colpiti dalla crisi in maniera differente e si stanno ponendo diverse priorità nel tentativo di lanciare la ripresa. Il coordinamento delle politiche è diventato più complicato in un momento in cui sarebbe ancora più importante preservarlo.
  • Nonostante ciò, il lavoro è una preoccupazione che interessa tutti e unisce tutti. Questo può aiutare il sistema internazionale a rispondere alle sfide per riavviare la ripresa economica e la transizione verso uno sviluppo globale sostenibile e bilanciato.
  • Ispirandosi al Patto Globale per l’Occupazione del 2009, i paesi dovrebbero introdurre misure specifiche per le loro esigenze, ad esempio il sostegno allo sviluppo delle infrastrutture e del capitale umano, alle PMI, allo sviluppo di competenze, ai servizi pubblici per l’impiego, alla condivisione del lavoro, all’industria, a schemi di protezione dell’occupazione, ai salari minimi e alla protezione sociale di base.
  • La preoccupazione comune sul tema del lavoro può anche aiutare il sistema internazionale a fare uno sforzo di coordinamento delle politiche che assicurino a tutti i lavoratori, in particolare i giovani, un salario sufficiente a vivere dignitosamente.

Rischi di disoccupazione, disuguaglianza e volatilità


Le prospettive sull’occupazione globale per il 2012 e il 2013 sono pessimeripo. La crescita sta rallentando nelle economie in via di sviluppo e in quelle emergenti, molte delle quali devono mantenere un’andatura sostenuta per riuscire a rispondere alla domanda di posti di lavoro dignitoso di una popolazione in età da lavoro in crescita. Molte delle più grandi economie avanzate scontano le conseguenze di una crisi scoppiata nel cuore dei maggiori centri finanziari che ha portato a livelli di disoccupazione e di disuguaglianza mai visti dai tempi della Grande Depressione.

Attualmente, ci sono 56 milioni di posti di lavoro in meno di quelli che si sarebbero avuti se non fosse esplosa la crisi. I disoccupati sono aumentati di circa 27 milioni nel mondo, e la diminuzione della partecipazione alla forza lavoro ha portato altri 29 milioni di persone fuori dal mercato del lavoro. Dei circa 200 milioni di senza lavoro, 75 milioni sono giovani tra i 15 e i 24 anni. Il lavoro informale predomina nella maggior parte dei Paesi in via di sviluppo. 900 milioni di persone in età lavorativa non sono in grado di superare la soglia di povertà dei 2 dollari al giorno. Se le tendenze pre-crisi fossero state mantenute, oggi questo dato avrebbe registrato una riduzione di 55 milioni (Rapporto globale sull’occupazione).

Le tendenze tuttavia sono diverse tra le varie regioni. Nelle economie avanzate l’occupazione è diminuita tra il 2008 e il 2011. Nei paesi emergenti e nei paesi in via di sviluppo, la crescita è stata mantenuta, anche se al di sotto delle tendenze pre-crisi e, nel caso del Sud-Est asiatico, al di sotto dell’aumento della popolazione in età da lavoro. La crescita della produttività è scesa in quasi tutte le regioni ma ancora con segno positivo.

Le proiezioni per il 2012 e 2013 fanno pensare che, con una ripresa debole e alcune aree del mondo in recessione, il rischio che la disoccupazione continui a crescere è elevato, soprattutto nelle economie avanzate. Nei paesi emergenti e nei PVS, l’aumento dell’occupazione in grado di ridurre la povertà potrebbe essere insufficiente a compensare l’aumento della popolazione in età da lavoro. Il mondo deve creare 40 milioni di nuovi posti di lavoro ogni anno per i prossimi 10 anni. Per riuscire a dimezzare la povertà mondiale, questi posti di lavoro dovrebbero garantire un reddito superiore alla soglia di povertà.

Le disuguaglianze aumentano. Tra i primi anni del 1990 e la metà del 2000, nei due terzi dei paesi per i quali esistono dati disponibili, il reddito totale delle famiglie ad alto reddito è aumentato molto più velocemente di quello delle famiglie a basso reddito. Tendenze analoghe sono state riscontrate in relazione ad altri valori come l’evoluzione del reddito da lavoro in rapporto ai profitti, oppure l’evoluzione dei salari più alti in rapporto a quelli più bassi. In 51 paesi su 73, la quota dei salari sul reddito totale è scesa negli ultimi 20 anni. Allo stesso modo, durante lo stesso periodo, il divario tra il 10% superiore e il 10% inferiore degli stipendi è aumentato nel 70% dei paesi per i quali esistono dati disponibili.

Inoltre, l’aumento di reddito è stato più importante per l’1% superiore del 10% superiore. Secondo lo studio Evolution of Top Incomes in the USA, nel 2010, l’1% dei redditi più alti è cresciuto dell’11,6% mentre il 99% dei redditi bassi ha registrato una crescita solo dello 0,2%. Questo vuol dire che il l’1% superiore dei redditi ha registrato il 93% degli aumenti nel primo anno di ripresa. Cresce la consapevolezza secondo cui la volatilità della performance economica e le disuguaglianze di reddito e altre forme di disuguaglianza sono interconnesse.

Le edizioni successive delle Prospettive dell’economia mondiale del FMI hanno evidenziato la volatilità nell’economia globale che si è manifestata nella forte oscillazione dei tassi di cambio, dei flussi di investimenti e del volume degli scambi commerciali, e nella continua instabilità dei mercati finanziari. In molti paesi, imprenditori e lavoratori sono sotto pressione. Per poter rimanere competitivi, devono aumentare la produttività e ridurre i costi. Succede tuttavia che gli sforzi dell’economia reale vengano vanificati dalle ampie e improvvise fluttuazioni dei mercati finanziari. L’aggiornamento delle Prospettive dell’economia mondiale del FMI di gennaio 2012 faceva notare che questa tendenza “crea un terreno fertile per il perpetuarsi del pessimismo e il propagarsi degli shock negativi”.

La minaccia alla ripresa economica richiede di ripensare le politiche


Dal 2008 le politiche internazionali sviluppate con il G20 e le organizzazioni multilaterali hanno attraversato tre fasi differenti e potrebbero entrare ora in una quarta fase. Prima fase: alla fine del 2008 e agli inizi del 2009 è stata approntata una risposta di emergenza per prevenire il collasso di altre grandi banche. Seconda fase: nel 2009 e i primi mesi del 2010 sono state adottate politiche fiscali finalizzate a salvare e a creare nuovi posti di lavoro dal momento che si facevano sentire le ripercussioni della crisi finanziaria in tutto il mondo. Terza fase: all’inizio di maggio 2010, sono state adottate misure di risanamento fiscale a seguito dell’emergere di preoccupazioni relative agli effetti della recessione stessa e all’azione dei governi per contenere deficit e debito pubblico.

Ora, potremmo entrare in una quarta fase. Cresce la consapevolezza sulla necessità di neutralizzare il rischio che l’instabilità relativa dei debiti sovrani di alcuni paesi si saldi con la fragilità del settore finanziario, ostacolando la ripresa degli investimenti produttivi e la creazione di lavoro dignitoso.

I governi e le banche centrali stanno ancora raccogliendo le macerie del crash del 2008 e devono ancora completare l’agenda sulla riforma del sistema finanziario. Il meccanismo che prevedeva una regolamentazione leggera con un sistema internazionale aperto alla maggior parte dei grandi centri della finanza mondiale — una delle creazioni della nuova globalizzazione di cui si andava più fieri — ha fallito vistosamente a spese delle famiglie e dei lavoratori di tutto il mondo. I paesi che hanno resistito alla tentazione di liberalizzare hanno subito meno danni e stanno recuperando più in fretta.

Nonostante le iniezioni massive di liquidità per mettere in sicurezza il sistema bancario e finanziario, i fondi per gli investimenti nell’economia reale e per la creazione di posti di lavoro sono scarsi. È responsabilità dell’ILO sottolineare che la volatilità endemica nella globalizzazione finanziaria sta danneggiando in modo serio gli investimenti produttivi e la creazione di occupazione. È di estrema urgenza riformare il settore finanziario affinché questo sia al servizio dell’economia reale.

I paesi dell’Eurozona, più esposti alle pressioni dei mercati finanziari come conseguenza degli elevati deficit e debiti dei governi, sono stati tagliati fuori dai mercati internazionali nonostante le ingenti iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali per sostenere il sistema bancario. Questi paesi stanno tagliando la spesa pubblica e aumentano le tasse. Con scarso successo tuttavia, poiché la conseguenza è una diminuzione della produzione insieme a quella del reddito. Nonostante i tagli al costo del lavoro e le riforme per aumentare la competitività, anche le esportazioni verso altri paesi europei non stanno crescendo. La deflazione competitiva si sta estendendo con le stesse disastrose conseguenze di quelle determinate dalla protezione commerciale. Il tentativo di saldare i debiti finanziari con misure di austerità sta portando ad un debito sociale insostenibile.

L’effetto di contagio della crisi dell’Eurozona si diffonde in tutto il mondo, indebolendo le prospettive dei paesi emergenti e in via di sviluppo che erano pure tornati a crescere abbastanza rapidamente nel 2010 e 2011. La volatilità dei tassi di cambio e dei flussi di capitali, in parte conseguenza di politiche monetarie lassiste nei paesi avanzati, stanno ora producendo effetti negativi sulla crescita e l’occupazione in diversi paesi emergenti. I prezzi alimentari e energetici rimangono elevati. Gli aumenti dei prezzi si possono d’altronde spiegare, almeno in parte, con bassi tassi di credito per rendere più appetibili i guadagni della speculazione. La diminuzione delle esportazioni, soprattutto verso l’Europa, compromette ulteriormente la crescita e i piani di sviluppo delle economie emergenti e in via di sviluppo.

Le ultime previsioni dell’FMI e di altri organismi suggeriscono un leggero miglioramento della crescita tra la fine del 2012 e il 2013, insufficiente tuttavia a colmare il divario globale di posti di lavoro apertosi con la crisi del 2008 e che rimane sempre in balia di risultati economici tuttora deludenti.

È tempo di ripensare le politiche.


Le conseguenze politiche e sociali di una crisi economica prolungata


Gli alti tassi di disoccupazione, di sottoccupazione, come pure l’alto numero di lavoratori poveri e le forti disparità di reddito si traducono in una riduzione delle aspirazioni di centinaia di milioni di donne e uomini, delle loro famiglie e comunità di appartenenza.

Come ha scritto il direttore della Gallup Poll Research Company, “Chiunque si trovasse a Khartoum, al Cairo, Berlino, Lima, Los Angeles, Baghdad o Istanbul, scoprirebbe che la preoccupazione più diffusa della gente è quella di avere un buon lavoro”.

La mancanza di opportunità di lavoro dignitoso per i giovani donne e uomini mette a repentaglio le loro possibilità future e il potenziale produttivo delle società nelle quali vivono. Fra i rischi più importanti, identificati dal Rapporto sui rischi mondiali del Forum Economico Mondiale 2012, vi sono gli squilibri cronici del mercato del lavoro e la forte disparità di reddito. La conclusione del rapporto è che “esistono tuttora le prove che il mondo sta diventando più frammentato, più incoerente e diffidente”.

Cresce la frustrazione della gente che vede i governi sempre più attenti a conservare la fiducia dei mercati finanziari mentre viene trascurata la fiducia dei cittadini nei propri governi. Le banche vengono considerate come troppo grandi per fallire, mentre i popoli vengono trattati come troppo piccoli per meritare interesse.

Aumentano le divergenze tra le preoccupazioni della gente e quelle delle élite politiche mondiali, con conseguenze pesanti per la democrazia, lo stato di diritto, la coesione sociale e umana, e lo sviluppo. La cooperazione internazionale e il coordinamento delle politiche, per quanto necessari, diventano sempre più difficili nella misura in cui le nazioni si ripiegano su se stesse.

Stare in contatto con la gente: lavoro dignitoso e protezione sociale al centro delle strategie per la ripresa e lo sviluppo


Con la maggiore apertura internazionale dei flussi commerciali, finanziari e dell’informazione, le politiche nazionali diventano meno efficaci nello spingere le economie verso un livello più alto di occupazione. Il coordinamento delle politiche internazionali è fondamentale perché i governi possano ritrovare la loro capacità collettiva di andare incontro a quello che le inchieste mondiali delineano ormai come la priorità del lavoro dignitoso per la gente.

Le politiche macroeconomiche devono affiancare le politiche fiscali, monetarie e finanziarie con strumenti nuovi. Ispirandosi al Patto Globale per l’Occupazione del 2009, i paesi dovrebbero introdurre misure specifiche per le loro esigenze. Queste misure potrebbero includere:
  • Infrastrutture e capitale umano. Nuovi progetti di infrastrutture hanno contribuito a sostenere la produzione e il reddito in Australia, Cina, Indonesia e Svezia. In Cina, nel quadro di una politica generale di stimolo fiscale e monetario, sono aumentate le spese relative all’abitazione, all’educazione e alla sanità.
  • Tassi di interesse inferiori per le PMI, programmi di microcredito nelle aree rurali, riduzione temporanea delle tasse e dei contributi sul lavoro. Ad esempio, l’Indonesia ha ridotto le tasse sul reddito per sostenere la domanda delle famiglie e ha potenziato un progetto esistente di infrastrutture per sostenere l’occupazione e la crescita durante la crisi.
  • Investimento in capitale umano sotto forma di sviluppo delle competenze, aggiornamento, formazione professionale, per preservare e migliorare l’occupabilità dei lavoratori. L’attenzione particolare ai gruppi svantaggiati, così come richiesto nel Patto per l’occupazione, aiuta a ridurre la disoccupazione di lungo termine e le disparità.
  • I servizi pubblici per l’impiego sono stati rafforzati in Germania e in Cina, contribuendo a ridurre l’incidenza della disoccupazione di lungo termine e la perdita di competenze, con un aumento delle competenze a sostegno della ripresa. La Politica nazionale dell’India per lo sviluppo delle competenze ha promosso un percorso di formazione combinato tra scuola e ambiente lavorativo, con la partecipazione delle parti sociali, e con particolare attenzione ai bisogni dei diversi settori di attività.
  • Sistemi di condivisione del lavoro. Questi programmi, completati con una integrazione salariale parziale, come il sistema del Kurzarbeit in Germania, hanno permesso di ridurre la perdita di posti di lavoro e di aiutare le imprese durante la fase più acuta della crisi: con la limitazione dei licenziamenti e dei costi salariali, le imprese hanno potuto salvaguardare l’occupabilità dei lavoratori insieme al reddito e alla produttività.
  • Il sostegno mirato all’industria — sia per le imprese che per i lavoratori — ha dimostrato la sua efficacia sia in termini di occupazione sia di produttività. Negli Stati Uniti, nell’industria dell'automobile, il sostegno alla domanda privata e ai circuiti di distribuzione ha permesso di salvaguardare posti di lavoro mentre aumentavano i profitti e la produttività, con un miglioramento dell’innovazione e della tecnologia.
  • Sistemi di garanzia dell’occupazione. In India, il Sistema nazionale di garanzia dell’occupazione rurale Mahatma Gandhi ha permesso di stabilizzare il reddito dei lavoratori più vulnerabili e di promuovere una crescita inclusiva ed equa. Il sistema offre cento giorni lavorativi pagati con salario minimo per un membro di ogni famiglia rurale, senza distinzione di genere, età o capacità fisica. Il Programma esteso di lavori pubblici del Sudafrica rappresenta un altro metodo innovativo per fronteggiare la disoccupazione diffusa nel settore delle costruzioni.
  • È stato aumentato significativamente il valore reale del salario minimo in Australia, Brasile e Canada. In Brasile, il tasso di crescita, con la sua resistenza alla crisi, sembra parzialmente riconducibile alla riduzione del lavoro informale, delle disparità e della povertà, a dimostrazione dei forti legami esistenti tra promozione delle norme del lavoro, diffusione della protezione sociale, e politiche del mercato del lavoro volte a preservare e a migliorare l’occupabilità dei lavoratori.
  • Meccanismi di protezione sociale adeguati. Diversi paesi in via di sviluppo hanno esteso i sistemi esistenti di protezione sociale, allargando i criteri di eleggibilità, aumentando la durata ed il livello dei benefici, potenziando i sistemi di condivisione del lavoro e i programmi di formazione e di aggiornamento professionale. Paesi emergenti come l’Argentina, il Brasile, la Thailandia e l’Uruguay hanno rafforzato i propri sistemi. Il Vietnam ha instaurato un nuovo sistema di sussidi alla disoccupazione.
La crisi ha determinato importanti cambiamenti nelle politiche di protezione sociale. Diversamente dagli anni '90, durante i quali venivano adottate misure di aiuto sociale temporaneo destinate a compensare le conseguenze degli aggiustamenti strutturali, diversi paesi stanno investendo in sistemi permanenti di protezione sociale di base: la gente diventa responsabile della propria protezione, e l’intero sistema può funzionare come risposta agli effetti della crisi, come stabilizzatore economico e dome motore della crescita. Con questo nuovo sistema di protezione sociale di base, la protezione non viene più associata ad una misura temporanea, ma diventa parte integrante di una strategia inclusiva di crescita.

L’uscita dalla crisi passa per una nuova globalizzazione inclusiva e sostenibile


Secondo il rapporto della Commissione Mondiale sulla dimensione sociale della globalizzazione istituita dall’ILO nel 2004, “Se viene gestita con saggezza, la globalizzazione porterà ad un progresso senza precedenti, in termini di creazione di più numerosi posti di lavoro e di migliore qualità per tutti, e potrà contribuire in modo significativo alla riduzione della povertà nel mondo”. Tuttavia, la globalizzazione non ha finora espresso tutte le sue potenzialità. La terribile crisi iniziata nel 2008 dimostra chiaramente che, nella gestione della globalizzazione, esistono tuttora divari importanti, ben lungi dall’essere colmati, anche dopo quattro anni.

La governance della globalizzazione richiede l’azione collettiva dei governi. Un requisito particolarmente urgente nel momento in cui, secondo il Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale, “Non si tratta di salvare singoli paesi o regioni. Si tratta di salvaguardare il mondo intero dal vortice economico. Si tratta di evitare una situazione comparabile a quella del 1930, nella quale l'inattività, l’individualismo e la rigidità economica si sono combinati insieme provocando il crollo della domanda globale” (IMF, “Sfide globali nel 2012”, discorso del Direttore Generale dell’IMF al Consiglio tedesco per le relazioni estere, Berlino, 23 gennaio 2012).

Su quanto è accaduto nel 1930, Keynes ha evidenziato il paradosso del risparmio: se tutti cercano di risparmiare denaro durante un periodo di recessione, la domanda aggregata diminuisce, provocando una diminuzione del risparmio totale della popolazione a causa della diminuzione simultanea dei consumi e della crescita economica. La debolezza di un tale meccanismo per la governance della globalizzazione ci ha portati al paradosso globale del risparmio che, come sostenuto da Keynes, avrebbe richiesto al contrario di perseguire, simultaneamente in tutti paesi, politiche volte a ristabilire livelli occupazionali ottimali in grado, a loro volta, di creare una economia sana e forte a livello internazionale.

I rappresentanti dell’ILO — ministri del lavoro e dell’occupazione, imprese e sindacati — sono pienamente consapevoli dei rischi messi in luce dal Direttore Generale dell’IMF. Ogni posto di lavoro corrisponde ad un costo per il datore di lavoro ma anche ad un potere d’acquisto per una famiglia. Se i datori di lavoro sono costretti a tagliare posti di lavoro e stipendi per sopravvivere, provocano una diminuzione dei consumi, con un conseguente calo degli ordinativi dell’industria che renderà necessaria una ulteriore compressione del costo del lavoro. Anche il bilancio degli Stati risente delle minori entrate fiscali e della necessità di sostenere le famiglie e le comunità che non sono più in grado di provvedere ai propri bisogni.

L’economia globale è molto cambiata durante i quasi 70 anni trascorsi dall’istituzione del FMI e della Banca Mondiale a Bretton Woods. Ma la necessità per la gente di provvedere ai propri bisogni rimane sempre la preoccupazione centrale, così come affermato negli Statuti del 1944. È quindi normale che la Banca Mondiale abbia deciso di fare della creazione di posti di lavoro il tema del suo prossimo Rapporto sullo sviluppo nel mondo.

L’economia mondiale multipolare, tuttavia, ci dice che nessun paese o regione può fare da solo. I paesi sono stati colpiti dalla crisi in maniera differente e si stanno ponendo diverse priorità nel tentativo di lanciare la ripresa. Il coordinamento delle politiche è diventato più complicato in un momento in cui era ancor più importante preservarlo. Nonostante ciò, il lavoro è una preoccupazione che interessa tutti e unisce tutti. Questo può aiutare il sistema internazionale a rispondere alle sfide per riavviare la ripresa economica e la transizione verso uno sviluppo globale sostenibile e bilanciato.

Per organizzare l’azione collettiva, c’è bisogno di una leadership attenta alle priorità dei popoli; ci vuole immaginazione, non ideologia. Ci vuole dialogo, negoziazione e capacità di inventare modi di conciliare i diversi interessi in un insieme condiviso di misure per il progresso di tutti. La priorità per oggi in tutto il mondo è di garantire che le lavoratrici e i lavoratori, soprattutto i giovani, possano provvedere ai propri bisogni attraverso un lavoro dignitoso.
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