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Per una nuova era di giustizia sociale

Messaggio di Juan Somavia, Direttore Generale dell’ILO, in occasione della Giornata per la giustizia sociale

Tipo: Dichiarazione
Quando: 20 febbraio 2012
Dove: Geneva

A proposito delle recenti proteste, un commentatore ha osservato che queste non erano state inizialmente guidate da un’ideologia particolare, ma piuttosto “dalla più umana delle aspirazioni: la ricerca di dignità e giustizia”.

Più di 90 anni fa, questo era il messaggio dei princìpi fondatori dell’ILO: il lavoro non è una merce e una pace universale e duratura non può che essere fondata sulla giustizia sociale. Oggi, dobbiamo impegnarci per una nuova era di giustizia sociale.

Le ingiustizie e le umiliazioni trovano sfogo attraverso le proteste nelle strade, nelle piazze come anche attraverso i social network e i mezzi di espressione meno pubblici. Le cause delle proteste possono essere diverse ma una sensazione diffusa predomina: troppe persone, economie e società hanno camminato su un percorso truccato che li ha condotti in un vicolo cieco”.

In una globalizzazione sempre più inefficiente in cui sono in crisi due elementi essenziali —- la deregolamentazione della finanza e la liberalizzazione del commercio globale — è stato il mondo del lavoro ad essere colpito, in diversi modi, dalle ingiustizie.

Le cifre parlano chiaro: in tutto il mondo un lavoratore su tre — circa 1,1 miliardo è disoccupato o vive al di sotto della soglia della povertà di 2 dollari al giorno; 75 milioni di giovani sono disoccupati e hanno tre probabilità in più degli adulti di rimanere senza lavoro, la metà del totale degli occupati inoltre svolge un lavoro considerato vulnerabile che colpisce soprattutto le donne.

Ma c’è di più: il destino delle molte persone che lavorano duramente, in condizioni pericolose e spesso disumane o il dato di fatto che più della metà della popolazione mondiale non ha alcun tipo di protezione sociale. O, ancora, la diffusa assenza delle libertà fondamentali del lavoro all’origine del lavoro minorile, del lavoro forzato, della discriminazione e dell’impossibilità di far sentire la propria voce e di essere rappresentati in maniera efficace.

La polarizzazione che ha contraddistinto l’attuale modello di crescita è un problema sociale e globale:

  • Il rapporto Global Risk 2012 del Forum Economico Mondiale segnala che la grave disparità di reddito e gli elevati tassi di disoccupazione, soprattutto tra i giovani, rappresenteranno il rischio maggiore a livello mondiale nei prossimi 10 anni;
  • Il Pew Research Center ha recentemente constatato che che negli Stati Uniti prevale ampiamente la percezione dell’esistenza di conflitti forti e crescenti tra le classi economiche: il 64% degli adulti con redditi familiari annuale inferiore a 20.000 dollari denunciano seri conflitti tra i ricchi e poveri e anche il 67% di quelli che guadagnano 75.000 dollari all’anno o più condividono questa percezione;
  • Il Direttore della Deutsche Bank e dell’Istituto di Finanza Internazionale ha avvertito che le disuguaglianze di ricchezza e di reddito potrebbero rappresentare una “bomba a orologeria sociale”;
  • I dati del sondaggio mondiale Gallup 2011, mostrano che tra il 2006 e il 2010 un’ampia parte della popolazione ha segnalato un peggioramento del tenore di vita nel 58% dei paesi su un totale di 118; ha inoltre rilevato un minore grado di fiducia nei confronti del proprio governo nel 50% dei 99 paesi con dati disponibili.

Ci sono molti motivi di preoccupazione in questa Giornata mondiale per la giustizia sociale. Questo momento storico richiede nuove idee e creatività per produrre progresso economico e giustizia sociale. Il mondo del lavoro deve partecipare maggiormente alla formulazione delle risposte.

Le modalità con cui si affronteranno questi problemi saranno fondamentali per ottenere determinati risultati.

In primo luogo, le politiche che guidano la globalizzazione devono convergere su come affrontare il deficit di 600 milioni di posti di lavoro — 200 milioni di disoccupati ai quali si aggiungeranno nei prossimi 10 anni i 400 milioni di persone che entreranno nel mercato del lavoro.

In secondo luogo, è necessario ridurre le disuguaglianze e ridare valore al lavoro. L’aumento delle disuguaglianze infatti è stato accompagnato dalla perdita di valore del lavoro con conseguenze destabilizzanti in termini di dignità umana, di stabilità della famiglia e di pace sociale nelle nostre comunità, come pure in termini di potere d’acquisto mondiale.

In terzo luogo, per rispondere all’emergenza e alle conseguenze dei movimenti popolari mondiali che chiedono una maggiore voce e partecipazione alle decisioni che li riguardano, sarà necessario rivedere e rafforzare radicalmente i nostri sistemi di dialogo, di collaborazione e di consenso sia nel mondo del lavoro che nella vita sociale e politica.

Infine, è necessario assicurare che il settore finanziario sia al servizio dell’economia reale, senza più accettare il principio secondo il quale alcune banche sono troppo importanti per permettere che falliscano mentre molte persone sono percepite come troppo insignificanti per essere prese in considerazione. Questo è un elemento essenziale se si vuole liberare il potenziale di creazione di posti di lavoro e di investimenti produttivi nelle imprese sostenibili.

Per ottenere questi risultati sarà necessario sviluppare misure e strategie politiche appropriate in ciascun contesto nazionale, per garantire maggiori opportunità di lavoro dignitoso e produttivo in un quadro sostenibile. A tutti i livelli di sviluppo, occorre concentrarsi sul lavoro di qualità che assicuri ai lavoratori dignità nel presente e speranza per il futuro; occorre essere al servizio degli interessi di persone, imprese, economia e ambiente, attraverso un approccio equilibrato del ruolo dei governi, del mondo delle imprese, dei lavoratori e della società civile.

Per l’ILO, nata in Europa come conseguenza delle difficoltà e delle lotte dei lavoratori, è particolarmente doloroso in questa Giornata Mondiale per la Giustizia Sociale vedere la situazione così difficile di questa regione alle prese con il debito pubblico che sta creando un enorme deficit di giustizia sociale. Per quelli di noi che hanno così a lungo ammirato l’Europa, per la sua determinazione nello stabilire un percorso democratico ed equilibrato verso la pace, l’equità e lo sviluppo, con una classe media forte, è profondamente inquietante constatare che i lavoratori e le famiglie che non hanno alcuna responsabilità per la crisi ne stiano pagando le conseguenze a caro prezzo.

Noi speriamo vivamente che si possa ritornare a quei valori umani fondamentali sui quali è stato fondato e ampliato l’ideale europeo dopo la caduta del muro di Berlino .

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