Rapporto globale sul lavoro minorile. L’ILO lancia l’allarme contro la persistenza delle forme peggiori di lavoro minorile

Dieci anni dopo l’avvio di una campagna mondiale contro il lavoro minorile, l’ILO pubblica uno studio globale destinato a fare riferimento. Pur in presenza di significativi progressi, rimane preoccupante il numero di bambini tuttora sottoposti alle forme peggiori di sfruttamento.

Comunicato stampa | 6 maggio 2002

GINEVRA (notizie dell’ILO) — Dieci anni dopo l’avvio di una campagna mondiale contro il lavoro minorile, l’Ufficio Internazionale del Lavoro pubblica uno studio globale destinato a fare riferimento. Pur in presenza di significativi progressi, rimane preoccupante il numero di bambini tuttora sottoposti alle forme peggiori di sfruttamento.

« Nonostante l’impegno dei governi e dei loro interlocutori per combattere il lavoro minorile in tutto il mondo, il problema è tuttora gigantesco », dichiara Juan Somavia, Direttore generale dell’Ufficio Internazionale del Lavoro. « I progressi compiuti sulla via dell’abolizione effettiva sono considerevoli ma la comunità internazionale non deve dare tregua ai suoi sforzi contro la propagazione di una forma di lavoro della quale sono vittime milioni di bambini in tutto il mondo ».

Nell rapporto globale intitolato A future without child labour, lo studio più approfondito sull’argomento, l’Ufficio Internazionale del Lavoro fa notare che la mobilitazione mondiale contro le forme peggiori di sfruttamento dei bambini si concretizza in azioni concrete a livello locale, nazionale e internazionale. Secondo il rapporto, sono 246 milioni i ragazzi dai 5 ai 17 anni costretti al lavoro (uno su sei). Fra loro, 179 milioni sono tuttora esposti alle forme peggiori di lavoro, dannose per la loro salute fisica, mentale o morale.

Inoltre :

  • circa 111 milioni di bambini sotto i 15 anni sono costretti a lavori pericolosi dai quali dovrebbero essere immediatamente sottratti ;
  • 59 milioni di giovani dai 15 ai 17 anni anch’essi sottoposti ad un lavoro pericoloso hanno urgente necessità di una protezione e dovrebbero essere ritirati dal lavoro ;
  • 8,4 milioni di bambini sono sottoposti alle forme peggiori di lavoro minorile quali schiavitù, schiavitù per debiti, e altre forme di lavoro forzato come l’arruolamento forzato in vista della partecipazione a conflitti armati, la prostituzione, la pornografia e altre attività illecite.

Il lavoro minorile rimane un fenomeno mondiale dal quale nessun paese o regione è del tutto a riparo. Crisi di ogni sorte – catastrofi naturali, grave recessione economica, AIDS, guerra – hanno per effetto di spingere un numero crescente di giovani a forme di lavoro debilitanti, alle volte illegali e clandestine quali la prostituzione, lo spaccio di droga, la pornografia e altre attività illecite.

La dimensione del problema

Il rapporto presenta cifre sensibilmente diverse dalle stime effettuate nel 1996 secondo le quali erano circa 250 milioni i bambini dai 5 ai 14 anni costretti al lavoro nei paesi in via di sviluppo. Si nota come i metodi più recenti di raccolta dei dati consentono una rappresentazione più precisa del lavoro minorile e della sua incidenza a secondo dell’età e della regione, in tal modo che le nuove stime non si prestano ad un confronto diretto con i dati precedenti.

Il lavoro minorile all’inizio del XXI secolo viene descritto come un fenomeno mutevole dalle forme più diverse. Sulla base dei dati più recenti si stimano in 352 milioni i bambini dai 5 ai 14 anni che esercitano oggi una attività economica di qualunque tipo.

Su questo totale, 106 milioni sono addetti a tipi di lavori accettabili per giovani che hanno raggiunto l’età minima di ammissione all’impiego (generalmente 15 anni), o a lavori leggeri quali lavori domestici o lavori rientrando nel quadro della loro educazione (vedere Convenzione dell’ILO (n° 138) sull’età minima, 1973).

Gli altri 246 milioni sono quindi sottoposti a forme di lavoro che vanno abolite, e cioè, secondo la definizione dell’Ufficio internazionale del Lavoro :

  • i lavori compiuti da bambini di età inferiore all’età minima specificata dalla legislazione nazionale o dalle norme internazionali ;
  • i lavori pericolosi che, per la loro natura o per le condizioni in cui vengono svolti, possono portare danno alla salute fisica o mentale o alla moralità del bambino ;
  • i lavori considerati come forme peggiori di lavoro minorile in quanto attività di per sé reprensibili ai termini della Convenzione dell’ILO (n° 182) sulle forme peggiori di lavoro minorile, 1999.

Dal punto di vista della ripartizione geografica, è nella regione Asia-Pacifico il maggior numero di bambini al lavoro tra i 5 e i 14 anni : 127 milioni, il 60 percento del totale mondiale. Seguono l’Africa subsahariana con 48 milioni (23 percento), l’America latina e i Caraibi con 17,4 milioni (8 percento) e il Medio Oriente e l’Africa del Nord con 13,4 milioni (6 percento).

Secondo il rapporto, sarebbero 2,5 milioni (1 percento del totale mondiale) i bambini costretti al lavoro nei paesi industrializzati e 2,4 milioni nei paesi ad economia di transizione.

Le inchieste realizzate nei paesi in via di sviluppo dimostrano che la maggior parte (70 percento) dei bambini lavora nei settori di attività primaria – agricoltura, pesca, caccia, lavoro forestale. L’8 percento lavora nella produzione manufatturiera, il commercio all’ingrosso e al dettaglio ; il 7 percento è addetto ai lavori domestici ; il 4 percento lavora nei trasporti e nelle comunicazioni ; il 3 percento nella costruzione e nell’industria mineraria.

Il lavoro minorile assume spesso proporzioni importanti nell’agricoltura commerciale legata ai mercati mondiali (cacao, caffè, lattice, cottone, sisal, tè e altri prodotti di base). Monitoraggi effettuati in Brasile, in Kenya e in Messico dimostrano che in questi settori il 25-30 percento della manodopera consiste di bambini sotto i 15 anni. Il rapporto segnala che « in numerosi paesi sviluppati, la percentuale più alta di manodopera minorile si avverte nell’agricoltura » mentre « è frequente nelle aziende familiari il mancato rispetto della legislazione sull’età minima ».

Il maggior numero di bambini al lavoro si trova nel settore informale dove i lavoratori non vengono riconosciuti né sono tutelati dal quadro legale e regolamentare.

L’Ufficio Internazionale del Lavoro considera che il principale ostacolo all’abolizione effettiva del lavoro minorile sta nella sua preponderanza in un settore che sfugge al controllo di molte istituzioni ufficiali, indipendentemente del livello economico del paese.

Se certe attività come le industrie minerarie o la pesca in acque alte rappresentano un evidente pericolo, altre attività a prima vista più innocue si possono dimostrare altrettanto pericolose, anzitutto per bambini molto piccoli, sottoalimentati o vulnerabili per qualsiasi altra ragione.

Cause e soluzioni

Nessuna delle cause del lavoro minorile elencate nel rapporto va sottovalutata, sia la povertà, una delle più determinanti, sia le numerose altre cause che ne dipendono : instabilità economica e politica, discriminazione, migrazioni, sfruttamento a carattere criminale, pratiche culturali tradizionali, mancanza di lavoro decente per gli adulti, protezione sociale quasi inesistente, mancanza di scuole, consumismo.

Alcuni fattori sono direttamente legati alla domanda : mancato rispetto della legislazione, ricerca di una manodopera flessibile e a costi ridotti, scarsa produttività delle microimprese familiari per le quali risulta impossibile rimunerare un lavoratore adulto.

Il rapporto sottolinea che seppure rimane difficile fronteggiare l’insieme di questi fattori, la campagna a favore della ratifica universale della convenzione n° 182 ha conferito al dibattito un carattere d’emergenza e una portata senza precedente, focalizzando l’attenzione mondiale sulle forme peggiori di sfruttamento. Adottata all’unanimità dalla Conferenza Internazionale del Lavoro del 1999, la convenzione n° 182 è stata ratificata finora da 120 dei 175 Stati membri dell’Organizzazione. Inoltre, al 25 aprile 2002, sono 116 le ratifiche registrate per la convenzione n° 138 sull’età minima adottata nel 1973.

Come indicato da Juan Somavia, la maggior parte dei governi riconosce oggi che il problema esiste davvero – con intensità e forme diverse. Molti hanno già iniziato a prendere le misure più idonee.

Il rapporto sarà discusso dagli organi tripartiti dell’ILO alla 90a sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro il 12 giugno a Ginevra. Sarà istituita lo stesso giorno dall’ILO la Giornata internazionale contro il lavoro minorile. Lo scopo di questa iniziativa è rafforzare il movimento sorto in questi ultimi anni, in particolare contro le forme peggiori di lavoro minorile, e riflettere sui progressi finora compiuti per avviarsi verso un futuro senza lavoro minorile.

I programmi nazionali e regionali si sono moltiplicati sotto l’egida del Programma internazionale per l’abolizione del lavoro minorile (IPEC) avviato nel 1992 in sei paesi con l’appoggio d’un unico paese donatore, la Germania. IPEC conta oggi 75 paesi beneficiari con 26 donatori.

Nel 2001, l’Ufficio Internazionale del Lavoro ha avviato il primo dei suoi programmi con scadenza. L’obiettivo è eliminare le forme peggiori di lavoro minorile in un paese in un tempo determinato, tra 5 e 10 anni. Nei tre primi paesi beneficiari di tali programmi – El Salvador, Nepal e Repubblica unita di Tanzania – sono interessati circa 100 000 bambini.

Il rapporto mette in luce il fatto che la collaborazione tra governi, organizzazioni di imprenditori e di lavoratori e società civile, con l’appoggio della comunità internazionale, permette di sottrarre i bambini ad un lavoro per loro dannoso, di mandarli a scuola, di aiutare loro e le loro famiglie, di migliorare le loro condizioni di vita e di rompere il cerchio del lavoro minorile.

« Queste sono le fondamenta su cui appoggiarsi e che vanno consolidate e sviluppate » dice Juan Somavia. « L’abolizione effettiva del lavoro minorile è una delle missioni più urgenti del nostro tempo. Occorre farne un obiettivo universale ».