Nuovo studio dell’ILO. Aumenta la violenza sul lavoro in tutto il mondo

Secondo una nuova pubblicazione dell’ILO, la violenza sul lavoro, dagli atti di intimidazione al mobbing, dalle minacce verso collaboratori psicologicamente fragili alle molestie sessuali o l’omicidio, raggiunge livelli preoccupanti in diversi paesi.

Comunicato stampa | 14 giugno 2006

GINEVRA (Notizie dall’ILO) — Secondo una nuova pubblicazione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), la violenza sul lavoro, dagli atti di intimidazione al mobbing, dalle minacce verso collaboratori psicologicamente fragili alle molestie sessuali o l’omicidio, raggiunge livelli preoccupanti in diversi paesi.

Inoltre, la violenza sul lavoro nel mondo rappresenta un costo di svariati milioni di dollari in perdita dovuta all’assenteismo dal lavoro ed a congedi da malattia.

Alcune professioni una volta considerate al riparo dalla violenza sul lavoro, quali l’educazione, i servizi sociali, le biblioteche o i servizi sanitari, sono ormai esposte ad una violenza cresente sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo.

Questi risultati sono contenuti nella terza edizione, completamente rielaborata, del volume Violence at work di Vittorio Di Martino, esperto internazionale dello stress e della violenza sul lavoro, e Duncan Chappell, ex presidente della rivista australiana New South Wales Mental Health Review nonché del Commonwealth Arbitral Tribunal, Regno Unito.

Secondo gli autori, « Intimidazioni, molestie, mobbing e comportamenti simili possono essere dannosi come violenze fisiche vere e proprie. Oggi, la precarietà di molti posti di lavoro è causa di una forte pressione negli ambienti lavorativi. Le forme di violenza sono sempre più frequenti ».

Lo studio prende anche in esame la questione del terrorismo che gli autori definiscono « un nuovo volto della violenza sul lavoro che contribuisce ulteriormente ad alimentare la miscela esplosiva degli atti di violenza sul lavoro ».

Tendenze regionali e stime

Secondo un’inchiesta del 2000 sui 15 paesi allora membri dell’Unione Europea, molestie ed intimidazioni erano largamente diffusi nella regione. In Germania, un’inchiesta del 2002 stimava in oltre 800 000 i casi di mobbing, implicando spesso un lavoratore oggetto di violenza psicologica da parte di un gruppo di colleghi. In Spagna, il 22% dei funzionari della pubblica amministrazione erano vittime di mobbing. In Francia, il numero di aggressioni contro i lavoratori di trasporti, compresi i guidatori di taxi, aumentarono da 3 051 nel 2001 a 3 185 al 2002.

In Giappone, il numero di casi portati in tribunale furono 625 572 tra aprile 2002 e marzo 2003. Di questi, il 5,1% o circa 32 000 si riferivano a molestie e intimidazioni. Da aprile a settembre 2003, su 51 444 denunce, il 9,6% riguardava le stesse accuse.

Nei paesi industrializzati, secondo il rapporto, i lavoratori più vulnerabili sono donne, migranti e minori. In Malaysia, tra il 1997 e maggio del 2001, sono stati riportati 11 851 casi di stupro e molestie sul posto di lavoro. Secondo il rapporto l’estensione delle molestie sessuali e degli abusi è particolarmente preoccupante in Sud Africa, Kuwait, Hong Kong, Cina, tra i vari.

In Sud Africa, i lavoratori nel settore sanitario sono particolarmente colpiti da violenze sul lavoro. Un’indagine condotta su un periodo di 12 mesi mostra che il 9% degli impiegati nel settore sanitario privato e il 17% di quelli nel settore pubblico hanno subito violenze fisiche.

Da un lato più positivo, lo studio cita miglioramenti in Inghilterra, Galles e Stati Uniti. Nel 2002-2003 in Inghilterra e nel Galles, sono stati denunciati 849 000 incidenti sul lavoro dovuti alla violenza, fra cui 431 000 aggressioni fisiche e 418 000 minacce, segnando una diminuzione di 1,3 milioni in rapporto ad una inchiesta precedente. Negli Stati Uniti, dove l’omicidio è la terza causa di mortalità sul lavoro, il numero di omicidi sul lavoro è diminuito negli ultimi anni. La stessa tendenza si registra per le aggressioni non mortali. Tuttavia, il rapporto sottolinea che circa il 61% delle vittime sono donne. Ciò è dovuto in parte all’elevata presenza di donne nei settori particolarmente a rischio di aggressione.

Il costo della violenza sul lavoro, seppur alto, risulta spesso difficile da calcolare. In alcuni paesi come l’Australia il costo per gli imprenditori viene stimato tra i 6 e i 13 miliardi di dollari australiani; in altre regioni come l’Unione Europea, gli studi stabiliscono una correlazione significativa tra assenza dal lavoro per malattia ed esposizione alla violenza sul lavoro.

Prospettive

Una maggiore consapevolezza del problema della violenza sul lavoro ha permesso di sviluppare nuove ed efficaci strategie di prevenzione. Lo studio evidenzia in tutto il mondo esempi di buone pratiche da parte di governi, imprese e sindacati locali o nazionali. Sono stati attuati in particolare dei programmi di formazione e delle politiche di prevenzione a « tolleranza zero ».

Infatti, numerosi paesi hanno ora esplicitamente riconosciuto il concetto di violenza sul lavoro nella loro legislazione nazionale sulla salute e la sicurezza sul lavoro. Argentina, Belgio, Canada, Finlandia, Francia, Polonia e Svezia hanno recentemente adottato nuove leggi o emendato leggi esistenti per prendere in considerazione tale problema.

L’ILO ha adottato diverse convenzioni sulla protezione dei lavoratori e la dignità nel lavoro. Nel 2004, l’ILO ha pubblicato un codice di condotta intitolato Workplace violence in services sectors and measures to combat this phenomenon (« Violenza sul lavoro nei settori dei servizi e misure per combattere tale fenomeno ») per fronteggiare l’alto numero di atti di violenza nei diversi settori dell’industria dei servizi. Inoltre, l’ILO, con la collaborazione del Consiglio internazionale delle infermiere, dell’Organizzazione mondiale della salute e dell’Internazionale dei servizi pubblici, ha sviluppato delle linee guida per combattere la violenza sul lavoro nel settore della sanità.