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MARZO 2008

Anche la povertà è “cosa di donne”?

Maria Grazia Brinchi
Pari Opportunità UIL

All’aumento della precarizzazione del lavoro femminile, si sta affiancando nel nostro Paese il fenomeno, preoccupante perché in crescita costante, della femminilizzazione della povertà.

Delineare gli svantaggi di essere donna in una società fortemente ancora disegnata sul modello maschile è facile: maternità, lavoro di cura non condiviso con i rispettivi partner, scarsa valorizzazione delle competenze in relazione a prospettive di carriera, lavori non retribuiti o con retribuzioni notevolmente inferiori a quelle maschili disegnano un quadro indicativo di una democrazia incompiuta che frena l’equo sviluppo economico in tutto il Paese limitandone, di fatto, la competitività nei mercati.

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Calcutta, India. Mendicante nelle strade - foto M. Crozet, ILO, 1990.

Nel mondo il 60 per cento degli indigenti sono donne. La povertà delle donne, a livello mondiale ha la sua prima causa nella disoccupazione. Il tasso di occupazione femminile in Italia è attualmente pari al 46,5 per cento, il penultimo in Europa. Nonostante le donne laureate in Italia siano numericamente superiori ai loro compagni maschi (nel 2006, il 57 per cento) a ciò non corrisponde una maggior occupazione. Questo provoca una forte debolezza sociale determinata dal fatto che le donne, sono assolutamente svantaggiate soprattutto in termini di presenza e rappresentanza nella politica ed in tutti i luoghi decisionali e, dunque, incapaci di stabilire l’Agenda politica di qualsiasi Governo. Il numero delle donne presenti sul mercato del lavoro, siano esse occupate o in cerca di occupazione, è 1/3 della forza-lavoro riconosciuta, ma il lavoro effettivamente svolto dalle donne a livello mondiale rappresenta il 2/3 del totale. La stessa tipologia di lavoro sembra penalizzare le donne che si trovano a svolgere attività in settori lavorativi ampiamente femminilizzati, e perciò sottovalutati, con il rischio di una forte precarizzazione che porta ad un aumento dell’informalizzazione dei lavori — anche di quelli una volta protetti — privilegiando lavori part-time, in nero, a redditi minimi o quelli in imprese familiari.

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Mosca, Federazione Russa. Mendicante alla stazione ferroviaria di Kursky - foto M. Crozet, ILO, 2006.

Solo nelle aspettative di vita le donne sembrano sopravanzare gli uomini, senza però che questo divario, per loro positivo, porti altrettanti vantaggi in relazione alla qualità della loro vita. Infatti, spesso la vecchiezza si traduce in oneri per lo stato sociale in quanto non sostenuta da servizi adeguati né, tantomeno, da pensioni in grado di soddisfare bisogni anche minimi.

Il prolungamento dell’aspettativa di vita per le donne, infatti, spesso si accompagna ad un esponenziale aumento dei malanni attribuibili all’età. E se, come viene sempre più spesso evidenziato, le famiglie del cosiddetto ceto medio stentano ad arrivare alla terza settimana del mese, cosa dire delle pensionate che maggiormente necessitano di cure e di assistenza anche e soprattutto domiciliare? È chiaro che la situazione non è facile alla luce delle risibili pensioni che attualmente vengono percepite e con le necessità personali che la mancanza di reti di sostegno informali — appannaggio di un’epoca preindustriale — sicuramente non vengono soddisfatte.

Nuove povertà, fortemente “difese” da una discrezione e una dignità personali che però non eliminano la gravità del problema; pensioni inadeguate anche a causa di attività che, nell’arco della vita lavorativa, di fatto hanno danneggiato competenze a favore di presunte o “pretese” disponibilità di tempo. E soprattutto hanno tenuto conto del fattore maternità in termini penalizzanti ai fini pensionistici negandone così il profondo valore sociale.

Non è raro assistere a scene che per un Paese civile possono essere definite degradanti: donne anziane sorprese ad appropriarsi di una bottiglia di latte o di un pacco di pasta perché non hanno abbastanza denaro per tirare avanti. Pensionate ridotte a “pescare” dalle rimanenze dei mercati rionali. Ridotte ad implorare servizi assistenziali dovuti ma non forniti perché non rientranti nel piano sanitario gratuito!

È questo che la società moderna si sta avviando ad offrire alle nuove generazioni? Da futura pensionata mi auguro di no ed auspico per questo mio Paese una società matura nella quale la democrazia sia veramente compiuta perché espressione della volontà di ambedue i suoi componenti, gli uomini e le donne, vecchi e giovani insieme per un futuro qualitativamente migliore.



Ultima modifica: 15.04.2008^ top