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Claudio Lenoci Direttore Ufficio ILO per l’Italia e San Marino
È difficile disconoscere, a meno che non si nutri un forte sentimento “no-global”, gli effetti positivi della globalizzazione, dall’accelerazione degli scambi commerciali all’espansione degli investimenti esteri diretti, all’aumento di flussi finanziari, che si traducono in condizioni di potenziale progresso economico. Anche la Commissione mondiale sulla dimensione sociale della globalizzazione parte da questa considerazione per sviluppare tuttavia un forte e giustificato giudizio critico su tutto quello che non va e che dovrebbe rapidamente essere corretto.
All’aspetto positivo infatti che contraddistingue i paesi industrializzati e solo alcuni grandi paesi in via di sviluppo (Cina, India) si contrappone la realtà della maggior parte delle regioni povere, soprattutto l’Africa, che non solo sono escluse dal processo di globalizzazione ma che, addirittura, risultano aver peggiorato drammaticamente le loro condizioni di povertà.
È questa la ragione della consapevolezza crescente sui rischi di una globalizzazione che da un lato consoliderebbe e migliorerebbe le prospettive economiche e sociali dei paesi ricchi o più strutturati e predisposti al fenomeno di integrazione ma che, per quel che riguarda il futuro delle aree più povere, determinerebbe un peggioramento diffuso delle ingiustizie sociali e della qualità della vita.
Il merito del rapporto è di focalizzare l’attenzione sulle nuove politiche che occorrerà attuare per garantire un percorso che assicuri una globalizzazione più equa e solidale, rafforzandone la dimensione sociale in termini di qualità dell’esistenza e di sicurezza per un lavoro dignitoso per tutti. I cardini delle nuove politiche sono lucidamente individuati in un diverso approccio degli Stati nazionali, in un consolidamento delle integrazioni regionali e in una riforma della “global governance” assolutamente insufficiente, allo stato dei fatti, a garantire una più ampia partecipazione dei paesi e delle popolazioni più povere al processo di globalizzazione.
Un autorevole membro delle Commissione e premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, aveva già, nel corso degli ultimi anni, per esempio, denunciato gli errori di strategia del Fondo monetario internazionale nelle grandi crisi del pianeta, dall’America latina all’Asia, segnalando un grave deficit di governance.
Applicare le ricette del fondamentalismo di mercato ai paesi poveri quando financo nella storia degli Stati Uniti e dei paesi industrializzati si è agito con maggiore cautela nello stabilire gradualità di interventi si è rivelato indubbiamente una strategia sbagliata come i risultati disastrosi in Asia o in Argentina hanno dimostrato.
Opportunamente il rapporto lancia un appello per una maggiore autonomia e autodeterminazione dei paesi in via di sviluppo, auspicando inoltre una loro maggiore partecipazione nei processi decisionali internazionali. D’altra parte il graduale superamento della concezione legata al “Washington consensus” verso il “Monterrey consensus”, così come va maturando anche nelle Istituzioni di BrettonWoods, alimenta una nuova consapevolezza sull’esigenza di una maggiore “dimensione sociale della globalizzazione” quale unica risposta possibile per realizzare prospettive più giuste per regioni e popolazioni più povere.
Questa aumentata consapevolezza costituisce oggi la ragione di speranza più importante per prospettive più giuste da costruire nel futuro della globalizzazione.
Guardando con meno superficialità ai grandi eventi che hanno scandito l’agenda del commercio mondiale, da Singapore a Seattle, a Doha nel Qatar ed infine Cancún, ci accorgiamo che, accanto al fallimento e all’incomunicabilità sulle prospettive di apertura dei mercati, è emersa la speranza nuova di un Sud che ha assunto maggiore forza per fare valere le proprie ragioni nei confronti di un Nord che proclama solennemente maggiori aiuti, continuando nel contempo a soffocare le prospettive di crescita dei paesi più poveri dall’agricoltura all’industria tessile. Si tratta di una speranza che il rapporto dalla Commissione mondiale rafforza e rilancia attraverso le sue raccomandazioni sulla liberalizzazione del commercio internazionale e sulle possibilità di accesso che devono essere garantite ai paesi più deboli.
Un altro aspetto fondamentale che emerge dal rapporto riguarda la questione dei “diritti”, soprattutto del rispetto di essi nell’ambito del lavoro attraverso il rafforzamento del ruolo dell’Organizzazione internazionale del Lavoro. Rispetto dei diritti per un lavoro dignitoso che deve poter valere in ogni parte del mondo, da quello più ricco e industrializzato a quello in via di sviluppo.
Una globalizzazione più giusta che rispetti la dignità di ogni essere umano e che realizzi uno sviluppo sostenibile può avvenire infatti solo se insieme a nuove politiche che correggano gli errori di governance mondiale sapremo far avanzare un maggiore impegno sui diritti che, soprattutto nelle aree più povere del pianeta, si realizza con dimostrazioni di “apertura” sul commercio internazionale e definendo prospettive reali di crescita più che con sollecitazioni critiche vagamente accusatorie di dumping sociale.
Dal rapporto insomma emerge un ventaglio interessantissimo di proposte che indurrà tutti i soggetti interessati dalle istituzioni internazionali e il sistema delle Nazioni Unite ai governi, dalle organizzazioni imprenditoriali e sindacali alla società civile e al mondo accademico, a discutere, approfondire e trovare le soluzioni, difficili ma non impossibili, per determinare le indispensabili correzioni di rotta al futuro della globalizzazione.
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