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Intervento del Ministro del lavoro e della previdenza sociale On. Cesare Damiano alla 95a Conferenza Internazionale del Lavoro

Ginevra, giovedì 7 giugno 2006

Sono molto onorato di intervenire quest’oggi alla 95a Conferenza Internazionale del Lavoro in qualità di Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale del Governo italiano. Vorrei innanzi tutto rivolgere un caloroso saluto al Presidente di questa Sessione, M. Cestmir Sajda, e al Direttore Generale, Juan Somavia a cui desidero altresì esprimere il mio più vivo apprezzamento per l’impegno e il lavoro che da tempo svolge per il perseguimento di un lavoro dignitoso per tutti. È un obiettivo che richiede intensi sforzi : 178 Paesi, con una molteplicità di situazioni sociali ed economiche, di storia e di cultura, veicolano qui le aspettative espresse dal mondo del lavoro, dalle famiglie,dalle donne e dai giovani. E le loro aspettative ci confermano che il lavoro dignitoso per tutti è un’aspirazione universale, un valore che deve essere tenacemente perseguito e riconosciuto, come fondamentale, in ogni Regione del mondo.

I risultati raggiunti nel quadro delle politiche strategiche per il consolidamento dell’Agenda per un lavoro dignitoso sono incoraggianti, come sottolineato dal Rapporto del Direttore Generale sul terzo programma biennale applicativo. Fondamentale, in tal senso, lo sforzo che l’Organizzazione, attraverso programmi e progetti strategici, compie, per sviluppare, a livello globale e regionale, i diritti fondamentali dei lavoratori, i progetti per la creazione di occupazione, all’interno di un quadro generale che promuove il dialogo tripartito e il ruolo essenziale delle Parti Sociali. Grazie all’attività svolta dall’Organizzazione alcune certezze sono ormai patrimonio comune.

Non è lavoro dignitoso quello minorile, come non lo è il lavoro forzato o non accompagnato dalle più elementari libertà di organizzazione. Il lavoro rappresenta un elemento centrale per la costruzione del nostro senso d’identità ed un qualche cosa che connota ciascuno di noi con tanta forza da costituire una chiave di lettura del nostro essere e del nostro vivere.

È proprio lo sforzo di porre quei limiti e quelle norme che consentono ad un lavoro di definirsi « dignitoso » che caratterizza l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e che l’Italia vuole sostenere con rinnovata convinzione anche per il tramite del Centro Internazionale di Formazione di Torino. L’operato del Centro viene percepito, anche dalle Parti Sociali, come cruciale, nell’accompagnamento delle azioni di sensibilizzazione e delle attività di implementazione dei programmi dell’Organizzazione.

Certo, lo scenario internazionale pone nuove sfide : l’apertura dei mercati e la competizione globale spingono spesso ad una gara al ribasso il cui conto viene pagato, troppo spesso, dai lavoratori. Anche nei Paesi più sviluppati, dove il diritto del lavoro ha costruito, nel tempo, un sistema di tutela avanzata per i lavoratori, è in atto un ripensamento. Il fatto che non esista più un « lavoro sicuro », che nessun lavoro sia più « per la vita », tuttavia non deve portare a smettere di lottare per la « sicurezza del lavoro ».

In Italia, come in Europa, siamo impegnati nel promuovere la qualità e la produttività del lavoro, così da rendere o mantenere i sistemi nazionali competitivi su scala mondiale. Il tema della flessibilità del lavoro diviene, quindi, cruciale in questo scenario. In particolare il Governo italiano si prefigge di trovare soluzioni, a breve termine, per ridurre il costo del lavoro ed incentivare le aziende ad assumere lavoratori con contratto a tempo indeterminato.

Pieno sostegno da parte del mio Paese viene espresso alla Dichiarazione adottata, nel settembre 2005, dal Summit Mondiale delle Nazioni Unite che pone gli obiettivi della piena e produttiva occupazione, del lavoro dignitoso e della riduzione della povertà, al centro delle politiche nazionali ed internazionali, come tappe fondamentali per il raggiungimento dei « Millennium Development Goals ». In accordo con questi orientamenti, mentre tentiamo di percorrere la strada della qualità del lavoro, dobbiamo garantire al contempo un lavoro di qualità per tutti.

Se per un verso la flessibilità diviene una necessità per la sopravvivenza di un sistema economico, la flessibilità non accompagnata da una cornice di garanzie pone a rischio lo stesso sviluppo demografico dei sistemi sociali: ha un impatto negativo soprattutto sulle categorie più deboli. Così i giovani non sono più in grado di proiettarsi nel futuro, di fare progetti, di divenire autonomi e di dar vita a nuove famiglie.

E le donne, alle prese con un’organizzazione del lavoro flessibile, le responsabilità familiari e il lavoro di cura dei bambini o degli anziani, spesso decidono di non impegnarsi più sui due fronti e, semplicemente, rinunciano. Dunque la flessibilità va accompagnata e declinata nella diversa formula della « flessicurezza ».

Ciò richiama l’idea di una flessibilità capace, per esempio, di tener conto anche delle esigenze di conciliazione tra vita lavorativa ed impegni familiari, che rappresentano tanta parte di quel lavoro non retribuito, la cui esistenza, come sottolineato da Mr Somavia, ha una immensa produttività sociale perché di fatto supporta tutte le attività produttive remunerate che concorrono alla formazione del PIL, tuttora unico indicatore per la valutazione della situazione economica di un Paese. Il concetto di flessicurezza evoca inoltre la creazione di un sistema capace di tutelare i diritti fondamentali dei lavoratori, garantendo un quadro generale di riferimento per la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro ed evitando forme di discriminazione indiretta mediante l’uso distorto delle diverse tipologie di contratto di lavoro, nate per far fronte ad esigenze di flessibilità dell’impresa, ma troppo spesso abusate per privare i lavoratori di loro diritti fondamentali, come, ad esempio, le ferie e la maternità.

In tale prospettiva accogliamo con vivo apprezzamento e favore gli sforzi di questa Organizzazione Internazionale per definire delle cornici di riferimento su temi tanto sensibili, che vanno accompagnati, a livello nazionale, da un forte impegno a combattere contro i fenomeni di lavoro nero o grigio, anche per mezzo di servizi ispettivi motivati e competenti. Perché è proprio nell’area dell’economia informale, purtroppo ancora ben presente, che si annidano fenomeni di sfruttamento nei quali restano imbrigliati i soggetti più fragili. Penso agli immigrati, che si lasciano alle spalle il loro Paese e, spesso, le loro famiglie alla ricerca di un mondo migliore, che consenta loro di vivere e non semplicemente di sopravvivere. E penso anche ai bambini.

A questo proposito vorrei ringraziare il Direttore Generale per il messaggio di speranza contenuto nel Global Report, che mette in luce come gli sforzi internazionali congiunti a lungimiranti politiche nazionali volte a salvaguardare le giovani generazioni come il bene più prezioso di una società, possono ottenere risultati concreti. La diminuzione del 10% del lavoro minorile, con punte fino al 33% nell’ambito dei lavori rischiosi svolti dai bambini più piccoli (fascia d’età 5-14 anni), è un dato incoraggiante. Che dimostra come la strada intrapresa sia quella giusta; e che l’IPEC è un programma ben costruito e ben implementato, che merita tutto il sostegno da sempre avuto, a livello culturale e finanziario, dall’Italia.

L’obiettivo dell’eliminazione del lavoro minorile nelle sue peggiori forme entro il 2016 appare per la prima volta a portata di mano. E apre nuovi scenari per il futuro. Un futuro nel quale ai bambini si potrà chiedere solo un serio impegno scolastico, per divenire domani adulti lavoratori in un mondo che non conosca più il lavoro dei bambini. Di nessun tipo.


 
Ultima modifica: 13.02.2007^ top



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